Contro l'opportunismo e il frazionismo

M.P.M. (Arenas), Settembre 2000

Gli opportunisti
devono essere smascherati,
espulsi dal partito e
denunciati in quanto nemici di classe

È necessario fare un chiaro distinguo tra le contraddizioni che inevitabilmente avvengono all'interno del Partito e quelle, antagoniste, che dobbiamo affrontare apertamente contro il nemico di classe, come nel caso della lotta contro il revisionismo e l'opportunismo. I revisionisti e gli opportunisti di diversa specie sono estranei al Partito, sono agenti della borghesia infiltrati nella nostra classe e bisogna trattarli come tali. Per questo motivo non è opportuno avere con loro alcun tipo di rapporto, di unità o conciliazione, nessun dibattito. La rottura con il revisionismo e l'opportunismo deve essere chiara e netta, senza concessioni, in modo che non possano usare l'alibi del marxismo o del comunismo per continuare il loro lavoro sporco tra noi. A maggior ragione dobbiamo mantenere lontani tali elementi, senza permettere loro di nascondersi all'ombra del Partito. Ma non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo, inoltre, isolarli completamente, rendere vani i loro attacchi, smascherarli in quanto agenti della borghesia e denunciarli in quanto tali. Di fronte a questo problema così importante cui ci mette di fronte la lotta di classe non c'è spazio per i vacillamenti o per posizioni tiepide. Bisogna agire con la massima fermezza.

I

La lotta contro gli agenti della borghesia infiltrati nelle nostre file non è qualcosa di nuovo o che abbiamo scoperto da poco. Questa lotta, in effetti, si è sempre manifestata all'interno del Partito, giungendo a volte all'antagonismo aperto. Nel futuro accadrà la stessa cosa; non dobbiamo, quindi, rilassarci né abbassare la guardia. Questo è un riflesso della lotta di classe che è presente nella società e, fintanto esistano le classi e le loro lotte, questa continuerà manifestandosi inevitabilmente all'interno del Partito Comunista.

Il proletariato non è una classe chiusa. Come ha detto Lenin, in esso affluiscono continuamente elementi di origine piccolo borghese e intellettuali, più o meno proletarizzati dallo sviluppo del capitalismo. Esiste pure la aristocrazia operaia, formata da una ristretta fascia di operai, nutriti dall'imperialismo, i quali formano oggi il principale appoggio sociale della borghesia.

Tutti questi settori fanno pressione ed influiscono sulla classe operaia e, come giustamente afferma Stalin, penetrano, in un modo o nell'altro, nel Partito, introducendovi lo spirito di vacillazione e opportunismo, lo spirito di smobilitazione e di incertezza. Sono soprattutto essi coloro che costituiscono la fonte del frazionalismo e della disgregazione, la fonte della disorganizzazione e del lavoro di distruzione del Partito dall'interno. Fare guerra all'imperialismo avendo nella retroguardia tali ‘alleati’, è mettersi nella situazione di chi si trova tra due fuochi, presa di mira di fronte e dalla retroguardia. Per questo la condizione previa per lottare vittoriosamente contro l'imperialismo, consiste nella lotta implacabile contro questi elementi e nella loro espulsione dal Partito (1).

Questo non significa che tutte le contraddizioni che sorgono nel Partito debbano essere trattate (risolte) nello stesso modo; non vuol dire che dobbiamo trincerarci ogni volta che appaiano differenze politiche ed ideologiche o siano fatte critiche al modo di agire della Direzione del Partito. Al contrario, come abbiamo avuto modo di spiegare in altre occasioni, queste contraddizioni che sorgono nel Partito sono inevitabili e necessarie e, di fatto, aiutano a correggere gli errori, contribuiscono a chiarire le idee e ci rafforzano, perché vanno risolte con metodi democratici, con la critica e l'autocritica. Tuttavia, come dimostra l'esperienza, questo da solo non è sufficiente; inoltre, per rafforzare e mantenere unito il Partito sulla base dei principi rivoluzionari marxisti-leninisti e una linea giusta, è inoltre necessario depurarlo ogni tanto dalle scorie che provoca il logoramento derivato dalla lotta e da tutti gli elementi opportunisti, estranei alla classe operaia. Con questi ultimi, in particolare, è inutile applicare metodi democratici (la persuasione, la critica e l'autocritica) perché essi non si attengono mai a tali metodi nella lotta subdola che conducono contro il Partito; è inoltre impensabile che si possa convincerli, giacché, in quanto agenti della borghesia infiltrati tra noi, attuano secondo la loro concezione borghese, ricorrendo alle menzogne e ai trucchi che sono logica conseguenza di questo modo di pensare.

Questo è messo in rilievo con particolare chiarezza in tutto ciò che è in relazione con l'organizzazione e il suo rafforzamento. All'opportunista, come ha fatto notare Lenin l'organizzazione del partito sembra una ‘fabbrica’ mostruosa. La sottomissione della parte al tutto e della minoranza alla maggioranza appare come un ‘asservimento’...; la divisione del lavoro sotto la direzione di un organismo centrale provocano in lui tragicomici lamenti contro la trasformazione degli uomini in ‘rotelle e viti’ [...]; la menzione dello statuto del Partito suscita in lui una smorfia di disprezzo e la sdegnosa osservazione‚Ķ che si potrebbe benissimo fare a meno di uno statuto.

[...] Sei un burocrate perché sei stato eletto dal Congresso senza il mio assenso e contro la mia opinione! Sei un formalista, perché ti appoggi agli accordi formali del Congresso e non sulla mia approvazione! Agisci in modo brutalmente meccanico perché ti sottoponi alla maggioranza ‘meccanica’ del Congresso del Partito e non presti attenzione al mio desiderio di essere cooptato! Sei un autocrate, perché non vuoi mettere il potere nelle mani del vecchio circolo dei bravi compagni (2).

Non crediamo sia necessario insistere sul fatto che la linea politica del Partito, così come la sua Direzione, siano immutabili o inamovibili dato che, come noto, le condizioni della lotta di classe cambiano con molta frequenza e questo costringe a modificare la tattica, alcuni aspetti della politica del Partito, ecc. Bisogna inoltre tenere in conto che noi, a differenza di ciò che accade ai fascisti e agli intellettuali borghesi, non siamo vaccinati contro il rischio di commettere errori e a volte ci sbagliamo. Ciò ci costringe a rettificare, senza per questo doverci strappare le vesti. Per questo ci siamo dati (abbiamo) delle norme e dei metodi di lavoro e attuazione rigorosi, basati sul principio del centralismo democratico. Ciò significa che, una volta esaurita la discussione e adottati determinati criteri, questi devono essere rispettati, trasferiti in pratica, da tutti i membri Del Partito. Ciò che nel Partito non è ammesso è il liberalismo e la formazione di vari centri o frazioni, con proposte o piattaforme diverse, perché questo ci impedirebbe di agire uniti contro l'imperialismo e provocherebbe tra le nostre fila confusione e dubbi piccolo borghesi, cosa che, indubbiamente, condurre ad un indebolimento del Partito che sarebbe annichilato in quanto avanguardia disciplinata della classe operaia.

Nell'attuale epoca di cruenta guerra civile -dice Lenin- il Partito Comunista riuscirà a fare il proprio dover solo se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se al suo interno regna una disciplina ferrea, simile alla disciplina militare e se il suo organismo centrale è un organismo che gode di un enorme prestigio e autorità, è investito di ampi poteri e gode della fiducia generale dei militanti del Partito (3).

Questo è uno dei motivi per cui la reazione, e insieme con essa gli opportunisti di ogni tipo, concentrano sempre i loro attacchi contro la disciplina ferrea, cosciente, del partito proletario e, in particolare contro la sua direzione, cercando di minare la loro autorità e la fiducia che in essa ripone la base del partito. Naturalmente, così come afferma dal canto suo Stalin i partiti della II Internazionale che combattono la dittatura del proletariato e non vogliono condurre il proletariato alla conquista del potere, possono concedersi un liberalismo come quello della libertà di formare frazioni perché, in assoluto, non hanno bisogno di una disciplina ferrea. Dal canto loro, i partiti dell'Internazionale Comunista, che organizzano il proprio lavoro con l'obiettivo di conquistare e rafforzare la dittatura del proletariato, non possono ammettere né il ‘liberalismo’ né la libertà di frazioni.

[...] Da tutto questo, il fatto che Lenin esigesse ‘la soppressione di qualunque frazione’ e ‘la dissoluzione immediata, senza eccezioni, di tutti i gruppi formati in base ad una qualsiasi piattaforma’ so pena de ‘espulsione senza condizioni e immediata dal Partito’ (4).

Come si può notare, questa è una questione fondamentale che pregiudica l'esistenza stessa del partito come organizzazione rivoluzionaria. Di conseguenza, non è per niente esagerato affermare, come dice Lenin, che Colui che indebolisce, per quanto poco possa essere, la disciplina ferrea del Partito del proletariato (soprattutto nell'epoca della sua dittatura), di fatto collabora con la borghesia contro il proletariato (5).

Questo è il motivo per cui la contraddizione che conduce allo scontro tra gli opportunisti e il partito, giunto ad un determinato punto del suo sviluppo, diventa antagonista e la lotta contro costoro acquisisce un carattere particolarmente virulento.

Sarebbe molto semplice smascherare questi elementi se si presentassero di fronte a noi Nella loro veste di agenti, propagatori dell'ideologia, della politica e dei metodi borghesi. Per questo motivo fanno quanto possibile per nascondersi, camuffarsi, richiamandosi a volte alla libertà di critica (una critica totalmente priva di basi scientifiche, di qualunque principio), altre sotto la maschera ipocrita della incomprensione e del vittimismo. Posto in questi termini, il problema si ridurrebbe in ultima istanza ad una questione di metodo, al fatto che non sappiamo comprenderli, né trattarli in modo corretto, dato che, come se non bastasse, l'opportunista che non vuole correggersi o nasconde i suoi veri obiettivi e intenzioni, di solito è totalmente d'accordo con noi sino a quando non lo smascheriamo. Per dirla onestamente, siamo noi che non siamo né possiamo mai essere, in assoluto, d'accordo con gli opportunisti.

II

E'anche vero che esistono elementi confusi e vacillanti che non sono neppure coscienti della brutta figura che stanno facendo, cosa che rende ancor più complicato il poterli combattere. Perché come rifiutarci di ricevere (tra noi) persone che garantiscono di avere i nostri stessi obiettivi e mostrano una certa qual predisposizione alla lotta? Come rifiutare loro il titolo di comunisti a chi si dichiara a favore della causa, usa una terminologia marxista, dice di essere d'accordo con los planteamintos del Partito e disponibile ad organizzarsi? Sarebbe un'irresponsabilità, a parte il fatto che non si può scartare a priori che, con il tempo e con la pratica, una persona immatura ma guidata dalle migliori intenzioni, possa diventare un autentico militate comunista. L'esperienza ha molte volta dimostrato che queste trasformazioni sono possibili e che, per esempio, da un romantico piccolo borghese può uscire un rivoluzionario proletario cosciente ed agguerrito. E'chiaro che, per avere questi risultati, bisogna cominciare nella più tenera età, nel momento della sua massima esaltazione o radicalismo, prima che prendano corpo e si sviluppino in lui gli elementi più negativi della sua soggettività e del suo individualismo. Tuttavia, in qualunque caso, deve essere la pratica, portata a capo secondo i principi e le norme del lavoro rivoluzionario, marxista-leninista, che potrà realizzare il miracolo della trasformazione.

E la pratica ci ha inoltre dimostrato molte volte che questo processo di conversione o di rieducazione di solito non è spontaneo, visto che si realizza nel corso di una lotta lunga e complicata, nella quale intervengono numerosi fattori e in cui si cerca di vincere pria di tutto la propria insicurezza, i pregiudizi e le abitudini piccolo borghesi acquisiti già dall'infanzia, che sono stati inculcati attraverso la famiglia, la scuola e l'ambiente sociale. Insomma, sono questi tratti dell'individualismo, questa petulante alterezza o mancanza di modestia, l'inclinazione (la tendenza) alla discussione, alla chiacchiera, alla lamentala e alla debolezza che Lenin identifica come proprie degli intellettuali.

Analizzando il problema da questo punto di vista personale o psicologico, è certo che non è possibile affermare che questo antagonismo cui abbiamo fatto riferimento in precedenza, abbia lo stesso carattere che quello che si verifica tra la borghesia ed il proletariato. Lenin si riferisce -e lo cita ampiamente in Un passo avanti, due passi indietro- alla brillante definizione psicologico-sociale che ha tracciato C. Kautsky (quando ancora era marxista) di questa qualità dell'intellettuale comune.

L'intellettuale non è un capitalista. Certamente il suo tenore di vita è borghese ed egli è costretto a mantenere questo tenore di vita, a meno che non diventi un vagabondo; tuttavia, contemporaneamente, si vede costretto a vendere il prodotto del suo lavoro e spesso anche la sua forza lavoro e molte volte è vittima dello sfruttamento da parte dei capitalisti e patisce una certa qual degradazione sociale. In questo senso non esiste alcun antagonismo economico tra l'intellettuale ed il proletario. Le sue condizioni di vita e di lavoro, tuttavia, non sono proletarie e da qui, di conseguenza, deriva un certo qual antagonismo nel sentimento e nel pensiero.

Il proletario, fintanto continua ad essere un individuo isolato, non è nulla. Tutta la sua forza, tutta la sua capacità di progresso, tutte le sue speranze e attese le attinge dall'organizzazione, dalla metodica attività concertata con i suoi compagni. Egli si sente grande e forte quando è parte di un grande e forte organismo. Quest'organismo è tutto per lui, mentre l'individuo isolato significa, in confronto, molto poco. Il proletario combatte la sua lotta con grandissima abnegazione, come particella della massa anonima, senza badare all'utile personale, alla gloria personale, compiendo il suo dovere in qualsiasi condizione, sottomettendosi di buon grado ala disciplina, che permea di sé tutto il suo sentimento, tutto il suo pensiero.

Le cose stanno in maniera completamente diversa per l'intellettuale. Egli lotta, non già impiegando la forza in questo o quel modo, ma con l'aiuto dei ragionamenti. Sue armi sono la sua personale cultura, le sue capacità personali, la sua personale convinzione. Egli può emergere solo attraverso le sue doti personali. La piena libertà di esprimere la propria personalità gli appare pertanto come la prima condizione di un proficuo operare. Solo a fatica si sottomette ad un tutto determinato come sua parte ausiliaria, e solo per necessità, non per propria inclinazione. La necessità della disciplina la riconosce solo per la massa, non per le anime elette. E, naturalmente, si annovera tra le anime elette (6).

III

Per tutti questi motivi sarà impossibile, fino a quando non siano eliminate le cause che lo hanno prodotto (specialmente la divisione tra il lavoro manuale ed il lavoro intellettuale) sradicare attraverso la discussione, il dibattito e la psicologia individualista degli intellettuali comuni. Quanto a coloro che si avvicinano al proletariato con l'intenzione (non possiamo negarlo) di dare un aiuto, è necessario appartarli senza farci scrupolo alcuno, giacché in realtà altro non fanno che sporcare la coscienza collettiva degli operai, inculcando loro, in nome del marxismo, il loro stesso individualismo ed opportunismo, le loro stesse abitudini indisciplinate e liberali e i loro stessi dubbi e l'irrefrenabile tendenza al riformismo, al legalismo e alla resa.

Per questo, naturalmente, è necessario vigilare contro qualunque tentativo di stabilire all'interno del Partito un terreno neutrale che renda possibile una approssimazione o conciliazione con tali elementi. Questa è una posizione centrista che non può condurre che alla giustificazione, facendo il gioco degli opportunisti. A parte il fatto che non possiamo pretendere di convincerli del loro individualismo e señoritismo con idee o ragionamenti, perché mancano di qualunque principio e ridono sfacciatamente di esso. In realtà, gli opportunisti e i revisionisti non hanno mai cercato la polemica o la lotta ideologica: di fronte ad esse, provano panico. Ciò in cui si sentono comodi è nel piacere dell'intrigo e dell'imbroglio. Ad essi non interessa chiarire nulla; preferiscono mascherarsi e oscurare ciò che è più chiaro dell'acqua, per poter assumere la posizione di marxisti rivoluzionari, contrari al dogmatismo e al burocratismo. Com'è facile comprendere, non saremo noi a dar loro corda. Al non comportaci in questo modo si condurrebbe il Partito alla paralisi e ad una malattia cronica.

Quanto al resto, non abbiamo necessità alcuna di vincere sugli opportunisti per mezzo della lotta ideologica all'interno del Partito, per il semplice motivo che costoro sono già stati vinti da tempo.




Come si è detto, non intendiamo entrare in polemiche ne'in qualunque tipo di dibattito con i due elementi che recentemente hanno abbandonato le nostre fila per formare una frazione e presentare una piattaforma con il pretesto di una supposta crisi del Partito. In realtà, questi due figuri sono già stati da tempo smascherati ed isolati per il loro individualismo e la loro mancanza di onestà.

Questo, e solo questo, è il motivo ultimo per cui hanno deciso di prendere la strada che hanno preso per cercare di raggiungere, attraverso questo cammino, ciò che non sono riusciti ne'riusciranno a fare all'interno del Partito in modo franco e aperto. Di cosa potremmo discutere con questi pinco pallino, dopo che le tesi del Programma, la Linea Politica e gli Statuti erano stati discussi da tutto il Partito ed approvati dal Congresso? Certamente non erano d'accordo (e questo lo sapevamo d un pezzo), ma perché non hanno manifestato il loro profondo disaccordo in quell'occasione?

Il fatto è che bisogna avere una bella faccia tosta o essere un deficiente per proporre un dibattito in base ad una piattaforma nuova di zecca poco dopo la conclusione del Congresso, durante il quale non hanno esposto neppure la minima critica. Perché non hanno presentato in quell'occasione (il Congresso) la loro piattaforma? Forse per la mancanza di libertà o a causa di un fantasmagorico stato d'assedio che, secondo quanto affermano, è stato imposto nel Partito per tappare loro la bocca? Questo, indubbiamente, sarebbe un argomento rilevante, che potrebbero utilizzare per mascherare il loro opportunismo, se corrispondesse al vero e fossero in grado di dimostrarlo. Ma non lo possono dimostrare e per questo motivo non restano loro che utilizzare la tergiversazione, la menzogna, l'imbroglio e le provocazioni che accompagnano la loro piattaforma trotsko-revisionista.

Dobbiamo dar loro l'occasione di continuare a mentire, ingannando e calunniando, di convincerci affinché si consenta loro di liquidare il Partito, approfittando per far ciò delle occasioni che offre loro il regime fascista normalizzato ed universalmente omologato? Questo dibattito nel nostro paese è già stato oggetto di discussione all'interno del movimento comunista per chiarire, tra l'altro, il carattere controrivoluzionario della banda di Carrillo e di altri agenti della borghesia e dell'imperialismo. Non è, di conseguenza, necessario ritornare sull'argomento. Questa è stata una crisi che abbiamo superato già da molti anni, come lo evidenzia il fatto che siamo riusciti a smascherare e far fallire gli intrighi di questi due individui. Ma perché escono fuori in questo momento con questi stratagemmi? Per lo stesso motivo per il quale non hanno il coraggio di negare la legittimità del IV Congresso, perché, come nel passato, neppure ora hanno la minima possibilità di trascinarci nella melma in cui sono immersi da sempre e il loro obiettivo è solo quello di produrre il maggior danno possibile al partito e alla causa comunista.

Come veri camorristi non si sono decisi a mostrare le loro carte truccate durante il Congresso perché erano certi che avrebbero perso la partita prima di iniziarla. Evidentemente il Congresso ha frustrato tutti i loro piani segreti, il cui obiettivo era quello di condurci ad accettare la legalità del sistema, chiudendo contemporaneamente il passo agli organi di Direzione. Poi, quando si sono resi conto che comunque non sarebbero stati cooptati, hanno deciso di sabotare apertamente il lavoro del Partito e non osservarne più la disciplina, cosa che li ha situati fuori del Partito stesso. E se adesso si sono decisi, con la faccia tosta con cui lo hanno fatto, a presentare la loro Piattaforma antimarxista e anti Partito, è perché i loro spiriti eletti confidano ancora nell'idiozia del genere umano. In qualche modo dovevano cercare di giustificare i loro armeggi se, contemporaneamente, fossero riusciti a paralizzarci e avvilupparci nella rete di una falsa polemica tessuta in base all'intrigo e alla più assoluta mancanza di principi (questi indubbiamente dovevano essere i loro calcoli) sarebbero potuti restare a galla ancora per un po'. Non abbiamo, tuttavia, intenzione di dar loro questa opportunità: che si affoghino nei loro stessi escrementi.

Note del traduttore:

(1) Stalin: Le fondamenta del Leninismo
(2) Lenin: Un passo avanti e due indietro
(3) Lenin, citato da Stalin in Le fondamenta del Leninismo
(4) Stalin: Le fondamenta del Leninismo
(5) C. Kautski: Franz Mehring