MANIFESTO — PROGRAMMA

Sommario:

Introduzione

1. Le leggi e le forze motrici dello sviluppo sociale
1.1 La contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione
1.2 Il processo di produzione capitalista
1.3. Le classi e la lotta di classe
1.4. L’imperialismo, ultima tappa dello sviluppo del capitalismo

2. Peculiarità del capitalismo e della lotta di classe in Spagna
2.1 L’instaurazione dei rapporti capitalisti di produzione
2.2 Il sollevamento fascista e la rivoluzione popolare
2.3 Uno sviluppo monopolista legato al terrorismo di Stato
2.4 Il tradimento carrillista

3. Il nuovo contesto generale della lotta di classe
3.1. La ricostruzione del Partito
3.2. La riforma politica del regime
3.3. Conseguenze economiche e sociali della crisi
3.4. La nuova rotta dell’imperialismo spagnolo

4. Programma

5. Linea politica
5.1. Il principale obiettivo dell’azione politica del Partito
5.2. Rafforzare l’organizzazione indipendente della classe operaia
5.3. Organizzare il movimento di resistenza popolare
5.4. La lotta di resistenza
5.5. Garantire la direzione politica del movimento guerrigliero
5.6. La lotta contro l'oppressione nazionale
5.7. La lotta contro l’imperialismo e il pericolo di guerra
5.8. Fare la rivoluzione nel nostro paese e contribuire al suo trionfo nel mondo intero

6. Programma generale del Partito per la transizione al comunismo
6.1. Necessità storica della dittatura rivoluzionaria del proletariato
6.2. La politica economica nel periodo di transizione
6.3. Trasformazione e sviluppo integrale dell’uomo

Introduzione

Senza teoria rivoluzionaria non ci può essere movimento rivoluzionario. Queste parole di Lenin sottolineano la necessità del programma del Partito come strumento indispensabile, senza il quale non è possibile organizzare il proletariato né orientarlo affinché porti coscientemente a termine la sua rivoluzione.

Il programma, per essere concreto, non deve essere solo uno strumento di coesione ideologica della parte più cosciente del proletariato, ma deve anche costituire una sintesi scientifica e coerente della via da seguire per raggiungere gli obiettivi rivoluzionari in ogni determinata fase storica.

La teoria del marxismo non si limita a spiegare la realtà sociale, ma è orientata a trasformarla. Da ciò deriva il ruolo attivo, e spesso decisivo, che svolge la teoria. Le condizioni storiche obiettive (economiche, sociali, politiche, ecc.) di per sé non portano al trionfo della rivoluzione. Per raggiungere la vittoria rivoluzionaria è necessaria, inoltre, l’azione delle forze rivoluzionarie, del fattore soggettivo.

Tra i fattori oggettivi e soggettivi di una situazione esiste una relazione costante: quando il soggettivo coincide con il mondo oggettivo, la rivoluzione avanza; quando il soggettivo non coincide con l’oggettivo o si trova in aperta contraddizione con esso, allora la rivoluzione si arresta e persino retrocede. Questo evidenzia ancora una volta l’importanza del fattore soggettivo, soprattutto della giusta linea marxista-leninista per il trionfo della rivoluzione.

Attualmente, in momenti in cui il movimento operaio e comunista attraversa una delle più gravi crisi della sua storia, la necessità del programma si rende più pressante che mai. La controrivoluzione nella scomparsa Unione Sovietica e negli altri paesi ex socialisti ha posto in chiara evidenza il tradimento revisionista e il clamoroso fallimento delle sue teorie e della sua pratica. Questi due fatti indubbiamente influiranno favorevolmente nel processo di riorganizzazione del movimento comunista. Tuttavia, la reazione borghese, nella sua rinnovata campagna anticomunista, presenta la bancarotta del revisionismo, ovvero il fallimento completo della sua ideologia e della sua politica per la classe operaia, come la sconfitta del comunismo. Per la classe sfruttatrice si tratta, prima di tutto, di screditare il marxismo-leninismo, negando la sua validità e la sua capacità di trasformare; e poi di continuare a coprire l’opera dei suoi agenti, mirata a estendere la confusione e la disorganizzazione tra gli operai. Per tutto questo, la creazione dell’organizzazione e l’elaborazione del programma devono essere in questo momento le principali preoccupazioni di tutti i veri comunisti, delle operaie e degli operai con coscienza di classe.

Nell’affrontare questo importante compito, dobbiamo tenere in conto che il programma non si limita a criticare le idee e il mondo caduco della borghesia, ma ha come principale obiettivo servire il movimento operaio, orientandolo nelle sue lotte quotidiane e, contemporaneamente, consentire al Partito di andargli incontro. Per questo motivo si può affermare che il comunismo è l’unione del socialismo con il movimento operaio; che il suo lavoro consiste nell’introdurre nel movimento spontaneo degli operai le idee comuniste, nel collegare questo movimento alla lotta politica di resistenza organizzata che dovrà condurre al socialismo; in altre parole, si tratta di fondere in un tutt’uno il movimento delle grandi masse operaie e popolari con l’attività del partito rivoluzionario.

1. Le leggi e le forze motrici dello sviluppo sociale

1.1 La contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione

Sono i popoli, solo essi, coloro che fanno la storia. Tuttavia, cos’è che determina le loro motivazioni? Quali sono le condizioni oggettive della produzione della vita materiale che creano la base di tutta l’attività umana e qual è la legge di sviluppo di dette condizioni? A tutto ciò risponde il materialismo storico mostrandolo come un processo storico naturale, regolare, oggettivo, segnalando allo stesso tempo i fattori soggettivi della storia dell’uomo, la coscienza e l’esperienza delle sue lotte, l’organizzazione, la volontà e la decisione rivoluzionaria; vale a dire, tutto ciò che svolge un ruolo importante nel corso e nello sbocco degli avvenimenti nella società.

La teoria del materialismo storico e l’economia marxista studiano la contraddizione fondamentale che si stabilisce tra le forze produttive (i mezzi di produzione e le persone che li utilizzano) e i rapporti di produzione (il modo di associarsi delle persone nella produzione, appropriazione e scambio dei prodotti). Queste modellano la base economica della società, dalla quale deriva una sovrastruttura politica, giuridica e ideologica caratteristica.

Marx ha scoperto la contraddizione che si stabilisce, nel processo della produzione della vita materiale, tra le forze produttive e i rapporti di produzione e ha mostrato la forma in cui, giunte a un momento del loro sviluppo, le due si scontrano, facendo saltare in aria la sovrastruttura costruita su esse, cosa che generalmente si esprime nella crisi e nell’esplosione di rivoluzioni sociali. Così si evolvono le differenti società o modi di produzione che si avvicendano nel corso della storia.

Applicando questa prospettiva alla società borghese, sono nate la teoria economica ed il socialismo scientifico di Marx ed Engels. Lo studio profondo e la critica dell’economia classica borghese hanno permesso a Marx di scoprire la legge del plusvalore, che serve da base all’esistenza del capitalismo. Marx rivela il rapporto sociale di sfruttamento che si trova nascosto nel capitale e dimostra il suo carattere transitorio.

Marx ed Engels hanno unito a questa analisi le esperienze più importanti della lotta del proletariato contro la borghesia, hanno depurato la concezione del comunismo dalle idee utopiche e piccolo-borghesi e hanno formulato la teoria sulla lotta di classe e la dittatura del proletariato, gettando così le basi scientifiche della strategia rivoluzionaria della classe operaia.

1.2 Il processo di produzione capitalista

La circolazione delle merci è il punto di partenza della trasformazione del denaro in capitale, il quale appare solo quando la produzione delle merci raggiunge un certo sviluppo. Il capitalista fa investimenti con l’unico obiettivo di incrementare il suo capitale iniziale. Questo incremento è definito plusvalore. Tuttavia, per ottenere il plusvalore, il capitalista deve trovare una merce la cui utilità consista nel creare valore. Questa merce esiste: è la forza o capacità di lavoro dell’operaio.

La forza-lavoro è l’insieme delle capacità fisiche e psichiche che un individuo mette in moto al produrre beni di consumo, prodotti di qualunque tipo. Nel capitalismo la forza-lavoro assume, per l’operaio stesso, la forma di una merce che gli appartiene e il suo lavoro, di conseguenza, assume la forma di forza-lavoro salariata. Il valore della forza-lavoro, come il valore di tutta la merce, è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione. Pertanto, il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi vitali necessari per mantenere l’individuo lavoratore (nel suo tenore normale di vita e di lavoro) e per mantenere la sua famiglia, ovvero per garantire la riproduzione della merce forza-lavoro.

Una volta che l’operaio vende per un tempo determinato la sua forza-lavoro, il capitalista è proprietario di essa e la consuma nel luogo di lavoro. Questo consumo del valore d’uso della forza-lavoro nella produzione di merci è, allo stesso tempo, un processo di creazione di valore, un processo di valorizzazione o di estrazione del plusvalore. Il capitalista, nella misura in cui prolunga la giornata di lavoro oltre il tempo di cui ha bisogno l’operaio per riprodurre nella merce finale un valore equivalente a quello che ha ricevuto, sta estorcendo all’operaio un lavoro che non paga; sta estraendo un plusvalore, sta sfruttando l’operaio e valorizzando il suo capitale. Questo è ciò che è noto come processo di produzione capitalista.

Questo processo di sfruttamento è la base sulla quale si erige tutto l’edificio della società borghese e che dà origine all’inconciliabile lotta di classe tra i proletari, espropriati di tutto meno che della loro forza-lavoro e i capitalisti, proprietari dei mezzi di produzione e di vita.

Nel capitalismo il proletario è giuridicamente libero, non è legato né alla terra né ad alcuna impresa; è libero nel senso che può andare a lavorare nella fabbrica di un capitalista o di un altro, ma non lo è rispetto alla classe borghese nel suo insieme. Privato di mezzi di produzione, si vede costretto a vendere la sua forza-lavoro e a subire pertanto il giogo dello sfruttamento.

Con la grande industria meccanizzata come base, il capitale provoca un’accelerazione del processo di socializzazione del lavoro. Si accentua l’interdipendenza tra i distinti rami della produzione e tra i diversi mercati nazionali. Il lavoro salariato viene ad essere la base della produzione. L’esercito dei disoccupati diventa permanente e il progresso tecnico, invece di liberare l’uomo dalla parte più gravosa del lavoro, si converte, sotto il capitalismo, in un mostro che aumenta lo sfruttamento e gli succhia il sangue.

I rapporti capitalisti di produzione rappresentano storicamente uno stimolo per lo sviluppo economico. La ricerca del massimo profitto e la sete di guadagno spingono la borghesia ad ampliare la produzione, a perfezionare i mezzi di produzione e a migliorare la tecnologia nell’industria e nell’agricoltura. Tuttavia, questi rapporti non solo hanno dato luogo a un livello di sviluppo senza precedenti rispetto al passato, ma hanno inoltre consentito la creazione di forze produttive così colossali che sfuggono al controllo dei capitalisti, portando il sistema nel suo insieme sull’orlo del collasso.

Per questo motivo esplodono crisi periodiche di sovrapproduzione che durano lunghi anni e che colpiscono paesi e continenti interi, provocando stragi enormi. Queste catastrofi crescono in estensione e si fanno più intense nella misura in cui il sistema capitalista di produzione avanza.

La causa della crisi si trova nei rapporti di produzione, che hanno smesso di corrispondere allo sviluppo raggiunto dalle forze produttive e si sono convertite in un freno per il suo nuovo sviluppo. Si manifesta così la contraddizione più profonda del modo di produzione capitalista: la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma privata capitalista di appropriazione. Questa contraddizione provoca la crisi e la disoccupazione, origina la lotta di classe tra la borghesia e il proletariato e costituisce la base economica della rivoluzione socialista.

1.3 Le classi e la lotta di classe

Le classi non sono sempre esistite e non esisteranno in eterno. Nella società primitiva non c’erano classi. La comparsa delle classi è legata ad una determinata fase storica dello sviluppo della produzione. La divisione del lavoro all’interno della società primitiva fu l’origine delle classi. Questa divisione presuppone la separazione dei produttori impegnati in diversi tipi di produzione e lo scambio, tra loro, dei frutti del lavoro. Con la divisione sociale del lavoro e con lo scambio si sviluppa la proprietà privata dei mezzi di produzione che sostituisce la proprietà collettiva. Come risultato di tutto ciò, nella società nascono le classi.

Le classi sono vincolate tra esse attraverso determinati rapporti economici che consentono ad alcune di appropriarsi del lavoro di altre. L’insieme di questi rapporti forma la struttura di classe della società e costituisce la base materiale, economica, della lotta di classe. Nessuno può restare al margine di una o di un’altra classe, né può evitare di prendere posizione nel momento in cui comprende il mutuo rapporto che esiste tra esse. L’interesse di classe non è determinato dalla coscienza di una classe, ma dalla situazione e dal ruolo che quella classe svolge nel modo di produzione. Questa contraddizione tra classi è ciò che converte la loro lotta nella forza motrice dello sviluppo delle società divise in classi antagoniste.

La lotta di classe fa sorgere lo Stato come strumento che le classi dominanti usano per mantenere lo sfruttamento sulle classi oppresse. Lenin ha dimostrato che lo Stato sorge nel luogo, nel momento e nella misura in cui le contraddizioni di classe non possono oggettivamente conciliarsi (1). Lo Stato diventa uno strumento di potere della classe economicamente più potente, per cui questa acquisisce nuovi mezzi per sottomettere e sfruttare la classe oppressa.

I rapporti tra le classi e le loro lotte non si limitano all’ambito della vita economica. La divisione in classi impregna tutta la vita della società classista, dal basso all’alto, e coinvolge tutto il sistema dei rapporti sociali, manifestandosi contemporaneamente nel terreno della sovrastruttura, nella politica, nell’ideologia e, in generale, in tutta la vita spirituale. Nello stesso rapporto di forza che stabiliscono i proprietari dei mezzi di produzione per sottomettere allo sfruttamento quelli che non li possiedono, si trova la chiave della struttura del potere politico. La lotta contro lo sfruttamento assume quindi un carattere fondamentalmente politico, è una lotta per il potere politico.

Nell’epoca del capitalismo, su piano universale, tutta la società si va dividendo sempre più in due grandi classi nemiche che si scontrano tra loro: la borghesia e il proletariato. Al principio, questa lotta assume la forma di lotta economica, ossia non è ancora la lotta di tutta la classe operaia contro la classe borghese, ma di una parte o di un gruppo di operai contro un solo capitalista di una fabbrica o di un’altra. Di conseguenza, questa forma di lotta non lede le basi del sistema di sfruttamento. Il suo obiettivo non è quello di eliminare lo sfruttamento, ma di attenuarlo, migliorare la situazione materiale e le condizioni di lavoro. Questa prima forma di lotta ha un ruolo importante nell’organizzazione e nell’educazione politica del proletariato ma, allo stesso tempo, evidenzia il proprio carattere limitato. Solo più tardi, quando i rappresentanti di avanguardia della classe operaia prendono coscienza di questo limite e uniscono le loro forze per iniziare la lotta, non contro un padrone isolato, ma contro tutta la classe capitalista e contro il governo che appoggia questa classe, la lotta operaia diventa sempre più risoluta e organizzata, sino ad assumere un carattere di lotta superiore, la forma di lotta politica rivoluzionaria.

Di tutte le classi che si scontrano con la borghesia, solo il proletariato è quella veramente rivoluzionaria. Le altre vanno degenerando e spariscono con lo sviluppo della grande industria; il proletariato, invece, è il loro prodotto più peculiare. Gli strati medi -il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano e il contadino- lottano tutti contro la borghesia per salvare dalla rovina la loro esistenza in quanto strati medi. Non sono, quindi, rivoluzionari ma conservatori (2). Il proletariato è la classe più rivoluzionaria perché è portatrice di un modo di produzione nuovo, superiore, il modo di produzione comunista, oltre ad essere, tra tutti i settori popolari, il più cosciente ed organizzato. Il proletariato può emanciparsi solo abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, mettendo così fine a tutte le forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La nascita delle classi è stata il risultato dello sviluppo spontaneo della società ed è vincolata alla comparsa della divisione del lavoro e della proprietà privata; al contrario, la soppressione delle classi può solo essere il risultato della lotta cosciente del proletariato, che conduce all’instaurazione del suo dominio politico e al socialismo, tappa di transizione necessaria nel cammino verso la scomparsa di tutte le differenze di classe.

1.4 L’imperialismo, ultima tappa dello sviluppo del capitalismo

Al principio del XX secolo il capitalismo raggiunse l’ultima tappa del suo sviluppo, la tappa monopolista, e si trasformò in imperialismo. L'imperialismo nasce come conseguenza dell'enorme sviluppo della produzione, così come della grande accumulazione e concentrazione del capitale, cosa che dà luogo alla comparsa dei monopoli. Altri tratti caratteristici dell'imperialismo sono: il predominio del capitale finanziario, risultato della fusione del capitale bancario con il capitale industriale; l'esportazione di capitali; la formazione di unioni o consorzi internazionali che si dividono il mercato mondiale; la distribuzione territoriale del mondo tra le grandi potenze capitaliste e l'inizio della lotta tra esse per la sua ridistribuzione. La gestione dei monopoli capitalisti consolida il dominio dell’oligarchia finanziaria sulla maggior parte della popolazione e accentua il carattere parassitario, poliziesco e guerrafondaio del regime borghese.

Negli ultimi decenni, i monopoli hanno unito la loro forza al potere dello Stato borghese. È nato così il capitalismo monopolista di Stato. Lo Stato monopolista garantisce le condizioni materiali della produzione, salvaguarda il sistema legale che regola i rapporti di produzione e di scambio e, in modo particolare, i conflitti tra lavoratori e capitalisti. Come strumento della classe al potere, lo Stato ricorre all’oppressione politica aperta contro i lavoratori e utilizza per questo, se necessario, mezzi terroristici e militari. Lo Stato monopolista, inoltre, garantisce l’espansione del capitale nazionale all’estero e gli interessi degli investitori stranieri nel suo territorio. In questo modo, nei paesi imperialisti lo Stato appare come uno degli strumenti più importanti attivati per incrementare i profitti dei capitalisti.

Gli imperialisti intensificano lo sfruttamento degli operai nel loro paese e quello dei popoli delle colonie e dei paesi dipendenti. Nascono così le guerre coloniali e la lotta tra gli stessi Stati imperialisti per la ripartizione del bottino. Il mondo è stato già diviso, ma lo sviluppo disuguale dei diversi paesi imperialisti pone la necessità di una nuova divisione in relazione alla forza economica di ciascuno.

L’esportazione di capitali verso i paesi capitalisti sviluppati e le trame del capitale internazionale emergono attualmente come le tendenze più importanti dell’imperialismo. Dette trame sono la base per la formazione delle associazioni internazionali monopoliste che si dividono il mondo. È nata così una contraddizione tra i grandi monopoli, universali per l’estensione delle loro operazioni, e gli Stati nazionali.

Si è esteso il colonialismo collettivo. L’imperialismo sostiene guerre di aggressione contro interi popoli, cerca di imporre con la forza la spartizione territoriale e regimi o forme di governo a suo capriccio, con la particolarità che, spesso, in tali guerre di aggressione partecipano simultaneamente varie potenze imperialiste.

Nonostante ciò, la lotta permanente per una nuova divisione del mercato capitalista e le sfere di influenza secondo la forza, secondo il capitale, continua. Gli interessi degli imperialisti dei diversi paesi e le loro rivalità sono più forti delle tendenze dettate dall'aspirazione ad applicare una strategia comune; per questo l’umanità si trova di fronte al dilemma di passare al socialismo o subire per anni, e persino decenni, lo scontro armato tra le grandi potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e l’oppressione di tutti i tipi.

Con il dominio dei monopoli nella produzione, questa raggiunge il massimo grado di socializzazione. Tuttavia, l’appropriazione continua ad essere privata, visto che i mezzi di produzione si trovano in mano a un ridotto numero di individui. In questa tappa, la contraddizione fondamentale del sistema -quella tra le forze produttive sociali e l'appropriazione individuale- diventa molto più aperta ed acuta e pone la necessità urgente di distruggere il sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Lenin ha messo in evidenza che il capitalismo monopolista di Stato è la preparazione materiale più completa per il socialismo e ha insistito varie volte sul fatto che la preparazione delle premesse materiali del socialismo non equivale alla transizione al socialismo, che la rivoluzione socialista è un passaggio obbligato tra il capitalismo monopolista e il socialismo. La vicinanza di tale capitalismo al socialismo -diceva Lenin- deve essere, per i veri rappresentanti del proletariato, un argomento a favore della vicinanza, della facilità, della percorribilità e dell’urgenza della rivoluzione socialista e non già un argomento per mostrarsi tolleranti verso la negazione di questa rivoluzione e verso l’abbellimento del capitalismo, nella qual cosa sono impegnati tutti i riformisti (3).

Nella tappa imperialista tutte le contraddizioni del sistema si acuiscono in modo estremo. La crisi cronica, la crescita della disoccupazione, della miseria e di tutte le piaghe sociali, la fascistizzazione crescente delle forme di potere della borghesia, ecc., scatenano la lotta rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico. Allo stesso tempo, si acutizzano le contraddizioni che portano allo scontro i distinti Stati e i gruppi monopolisti per la spartizione dei mercati, le fonti di materie prime e le aree di influenza. Questa rivalità provocò nel 1914 la prima guerra imperialista mondiale. La guerra condusse alla prima grande rivoluzione socialista della storia, che ebbe luogo in Russia nell'ottobre del 1917. Con essa inizia la tappa di transizione da un tipo di società ad un altro a livello mondiale. A seguito della rivoluzione sovietica e della sconfitta del nazi-fascismo durante la II Guerra Mondiale, si sono succedute a catena una serie di rivoluzioni democratico-popolari, antimperialiste ed antifeudali, dirette dal proletariato e fondate sull’alleanza tra operai e contadini.

Più di recente, a causa dell’apice della controrivoluzione nella maggior parte dei paesi del campo socialista, e dopo un breve periodo in cui sembrava che il nuovo ordine mondiale capitalista sarebbe stato eterno, la lotta contro l'imperialismo ha acquisito un nuovo impulso con la partecipazione attiva di una gran parte della classe operaia di questi paesi, liberata dalla passività cui l'aveva condotta il revisionismo. Grandi masse proletarie si uniscono oggi alla lotta per il ristabilimento del socialismo, fatto che debilita ancor più il capitalismo e butta a terra la pretesa della borghesia di presentare il suo sistema come l'unico percorribile e duraturo.

Quanto detto conferma il significato storico della rivoluzione d'Ottobre e, in definitiva, la veridicità e la giustezza della concezione marxista-leninista e della sua teoria della rivoluzione concepita come un lungo e complesso processo storico mondiale nel quale sono presenti sia avanzamenti che arretramenti all'interno di una tendenza generale ascendente, che finirà per imporre i nuovi rapporti sociali e la classe che li rappresenta. In realtà, come affermava Lenin, è forse possibile trovare nella storia un solo esempio di un modo di produzione nuovo che si sia affermato di colpo, senza una lunga serie di contrattempi, equivoci e ricadute? (4).

2. Peculiarità del capitalismo e della lotta di classe in Spagna

2.1 L’instaurazione dei rapporti capitalisti di produzione

Il debole e tardivo sviluppo del capitalismo nel nostro paese non ha consentito alla borghesia di portare a termine una rottura rivoluzionaria con il vecchio regime. L’alleanza tra i settori borghesi più influenti e l’aristocrazia latifondista ha imposto -già dal XIX secolo- una via evolutiva di progressiva riforma e adattamento delle decadenti strutture ereditate dal passato alle trasformazioni economiche, politiche e culturali capitaliste. Questa circostanza spiega perché, all’inizio del XX secolo, la Spagna fosse già, nonostante il suo retaggio feudale, un paese straordinariamente moderno per ciò che riguardava il dominio e il controllo del capitale finanziario nei settori più importanti dell’attività economica.

L'espulsione dei colonialisti spagnoli da Cuba e dalle Filippine alla fine del XIX secolo e il conseguente rientro dei loro capitali nella metropoli, insieme ai grandi affari che -rifugiandosi dietro la loro neutralità- la borghesia effettuò nel nostro paese durante la Prima guerra imperialista mondiale, diede come risultato un’enorme concentrazione di capitali. Questo spiega perché, nel periodo della Dittatura di Primo de Rivera (1923-29), si sia verificata un’espansione dello sviluppo economico, così come nel processo di fusione della banca con l'industria, cosa che darà luogo alla formazione del capitalismo finanziario e alla comparsa delle prime forme di capitalismo monopolista di Stato. Tuttavia, non perciò scomparve la contraddizione tra le esigenze dello sviluppo capitalista e i residui feudali del regime politico e della struttura economica. Al contrario, tanto questa contraddizione come le altre che convergevano in Spagna derivanti dalla crisi economica mondiale del capitalismo (1929) si fecero molto più acute, sino a sfociare, nel 1931, nella caduta della monarchia e nella proclamazione della II Repubblica, nella quale il popolo confidava per migliorare le proprie condizioni di vita, risolvere il problema della terra, mettere fine all'oppressione nazionale e agli altri tanti problemi che lo affliggevano.

Tuttavia, la borghesia era già incapace di portare avanti da sola questo programma democratico. L’arrivo del capitalismo alla ultima fase del suo sviluppo (la tappa monopolista e imperialista) e l’inizio della rivoluzione proletaria mondiale rendevano già impossibile la rivoluzione borghese di vecchio tipo. La borghesia doveva necessariamente tener conto della classe operaia che, d’altra parte, era troppo forte per accettare la sua direzione. Questa sarà la storia della Repubblica fino al 16 febbraio 1936: rifiuto da parte dell'oligarchia finanziaria e latifondista a qualsiasi trasformazione democratica, titubanze della borghesia democratica al momento di attuare le trasformazioni rivoluzionarie, fallimento della socialdemocrazia nel suo compito di controllare e soffocare le lotte popolari, presa graduale della direzione del processo rivoluzionario da parte del Partito Comunista.

Alla grande borghesia si presentava inoltre un altro importante problema: superare il ritardo industriale e agrario della Spagna rispetto agli altri paesi. Questo si poteva ottenere solo mediante un’accumulazione intensiva di capitali, ottenuta grazie alla sottomissione e super sfruttamento della classe operaia e all’impoverimento dei contadini. Tuttavia, il trionfo del Blocco Popolare nelle elezioni del 16 Febbraio e le misure che questo cominciò a prendere di fronte alla spinta rivoluzionaria delle masse, si erano trasformate in un ostacolo insormontabile per la realizzazione dei piani dell'oligarchia, giacché, tra l’altro, venne a porre termine alle loro speranze di prendere di nuovo il potere attraverso la via parlamentare. Si rendeva pertanto indispensabile farla finita con la Repubblica, schiacciare il movimento rivoluzionario e instaurare un regime fascista. Questo sarà l’obiettivo perseguito dalla reazione con il sollevamento militare del 18 luglio.

2.2 Il sollevamento fascista e la rivoluzione popolare

La lotta contro il sollevamento fascista scatenò una vera e propria rivoluzione popolare. Con la presa del potere da parte del popolo, nella zona repubblicana vennero meno i pilastri dello Stato. La vita politica, economica e sociale del paese subì profonde trasformazioni: i Comitati Popolari sostituirono le autorità civili; i corpi repressivi furono sciolti e vennero costituiti i Tribunali del Popolo. Sulla base delle milizie, venne organizzato l'Esercito Popolare. Vennero espropriate le imprese abbandonate dai padroni, le ferrovie e le banche, la terra venne divisa tra quanti la lavoravano e i contadini poveri, ecc. Dall’inizio il Partito comprese che non si poteva assumere in quel momento, come compito immediato, la rivoluzione socialista. Il ritardo economico del paese, la divisione della classe operaia e la situazione internazionale (caratterizzata da un rapporto di forze sfavorevole al movimento rivoluzionario) rendevano necessaria una tappa di Rivoluzione Democratico-Popolare. In quel momento la cosa più importante consisteva nel vincere la guerra contro il fascismo e assicurare l'egemonia politica del proletariato sul fronte delle forze popolari democratiche.

Tuttavia, la direzione del Partito, influenzata dall’Internazionale Comunista, commise numerosi errori nella valutazione della situazione generale, così come nell’applicazione della tattica del Fronte Popolare, tendendo a subordinarsi al Governo repubblicano invece di appoggiare l’unità popolare da una posizione politica e militare indipendente. Questi errori contribuirono alla demoralizzazione delle masse e resero più disastrosi e duraturi gli effetti della sconfitta.

Alla fine, il PCE, che era stata la forza politica che maggiormente aveva lottato per il Fronte Popolare, venne espulso dagli organismi del Fronte stesso e messo nell’impossibilità di far fronte al golpe casadista; questo, inoltre, gli impedirà di proseguire la lotta nelle nuove condizioni generate dallo sgretolamento della Repubblica e di dirigere la rivoluzione nel momento in cui si diedero le condizioni favorevoli per realizzarla, dopo la fine della II Guerra Mondiale.

2.3 Uno sviluppo monopolista legato al terrorismo di Stato

Al termine della guerra, l’accumulazione intensiva di capitali e l’industrializzazione accelerata sono le mete che si prefigge l’oligarchia finanziaria per superare il ritardo che la mantiene in condizioni subalterne rispetto alle borghesie di altri paesi, nonché per arricchirsi ancor di più e scongiurare il pericolo della rivoluzione nel futuro. La reazione spagnola si servirà dello Stato fascista come principale strumento per sottomettere e sfruttare le masse lavoratrici, ma inoltre utilizzerà lo Stato come mezzo essenziale per la sua politica economica.

Per questo la sua principale preoccupazione fu quella di eliminare ogni tipo di resistenza: soppresse la libertà e i diritti politici; impose il giogo dell'oppressione alle nazionalità, distrusse i sindacati operai e i partiti politici democratici, proibì lo sciopero e l’utilizzazione di qualunque mezzo di difesa legale e pacifico dei lavoratori contro gli abusi e l’oppressione del capitale. Una repressione brutale si abbatté sulle masse dopo la fine della guerra: tra il 1939 e il 1944 furono fucilati circa 200.000 antifascisti, la maggior parte operai e contadini.

Dopo la II Guerra mondiale, una volta sconfitte le forze nazi-fasciste nel 1945, lo Stato spagnolo restò isolato dal contesto internazionale, anche se contava sulla comprensione e l’appoggio dei capitalisti del mondo intero, in particolare dell'imperialismo yankee. D’altra parte, l’economia spagnola non solo era stata devastata ma, per di più, continuava a essere prevalentemente agricola. Per questo motivo, i piani economici che avevano tracciato i monopolisti si potevano realizzare solo con il super sfruttamento dei campi e con le forme più disumane di super sfruttamento del proletariato, vista la scarsa tecnologizzazione dell’industria. Questi furono i principi che ressero la cosiddetta politica economica autarchica, adottata sino alla fine degli anni '50. Tale politica permise all’oligarchia spagnola di realizzare un’accumulazione intensiva di capitale, nello stesso momento in cui metteva in piedi una parte importante dell’industria di base e trasformava, con l’aiuto economico dello Stato, i grandi latifondi in moderni impianti agrari di tipo capitalista.

Durante gli anni in cui vennero messi in pratica i Piani di Sviluppo (1964-1975), tutta la Spagna subì una trasformazione: la meccanizzazione della campagna, i poli industriali, l’emigrazione di massa verso le città e la creazione di grandi quartieri operai, l’aumento generale del livello di vita e di consumo, ecc., disegnavano un panorama, una forma di vita e una mentalità diverse da quelle della Spagna degli anni '30. L’incidenza dell’emigrazione ebbe una grande importanza: nel 1968 l’Istituto Nazionale di Emigrazione identificava in 1.222.000 il numero di spagnoli residenti in Europa; di essi, oltre la metà erano partiti con contratti di lavoro negli anni del miracolo economico spagnolo.

La liberalizzazione economica aprì le porte alle differenti forme di penetrazione del capitale straniero in Spagna. Tuttavia, grazie all’invio di divise estere provenienti dall’emigrazione e dal turismo, l’oligarchia poté aumentare la produzione interna importando mezzi di produzione avanzati senza cadere con questo nella dipendenza rispetto al capitale finanziario internazionale.

L’accumulazione e la concentrazione economica avevano portato a un’unione stretta lo Stato, il capitale finanziario e le aziende; quattro gruppi avevano il controllo del potere economico: la banca, il settore pubblico, il capitale straniero e le famiglie legate alle medie imprese e allo sfruttamento dei campi. Di tutti questi, il capitale finanziario ha mantenuto il suo carattere di gruppo egemonico all’interno dell’economia spagnola.

Lo sviluppo industriale permise una rapida crescita del proletariato industriale e la sua concentrazione nelle grandi città; nel 1975, il proletariato industriale rappresentava il 38% del totale della popolazione attiva, diventando così la classe più numerosa della popolazione. Nel caso della Catalunya e di Euskal Herria, tale fenomeno ebbe una ripercussione particolare: il flusso costante di operai immigranti in queste nazioni diede luogo, durante gli anni 60-70, alla comparsa di un proletariato nuovo formato da operai delle diverse nazionalità dello Stato.

Durante lo stesso periodo crebbe anche il numero di lavoratori del settore servizi (33% del totale della popolazione attiva), nel quale venne aumentata la percentuale di salariati grazie alla notevole crescita dell’industria turistica e alla creazione di grandi magazzini, grandi imprese di trasporti, ecc.; d’altro canto, durante questa tappa di sviluppo economico, proliferarono innumerevoli piccole imprese, cosa che ha contribuito alla costituzione di una nuova piccola e media borghesia urbana. È nell’agricoltura, nell’allevamento e nella pesca dove avrà luogo una notevole riduzione della popolazione attiva, che nel 1970 rappresenterà solo il 29%.

2.4 Il tradimento carrillista

Il fascismo riuscì a schiacciare le organizzazioni sindacali e i partiti democratici, ma non il Partito della classe operaia. Tutta la repressione concentrata su di esso non riuscì a distruggerlo. Il PCE proseguì la lotta nelle fabbriche, nelle miniere, nelle città e nelle campagne. La grande borghesia sa per esperienza che, fintanto esista il Partito Comunista forgiato nella lotta coerente per la democrazia popolare e il socialismo, il dominio fascista non ha assicurata nessuna garanzia, sa che le masse possono arrivare a unirsi e farla finita con la tirannia del capitale.

Il colpo più duro, quello che distrusse il Partito, non venne dalla repressione, ma dal lavoro sommerso, portato avanti al suo interno dal revisionismo carrillista. Dalla fine del 1944, Carrillo e la sua cricca si vennero appropriando degli strumenti fondamentali dell’apparato di organizzazione del Partito, del controllo dei suoi mezzi di propaganda e della direzione della guerriglia. Per ottenere ciò e perseguire il loro obiettivo, impiegarono sistematicamente la calunnia, l’intrigo, le espulsioni, la delazione e l'assassinio dei militanti che, in un modo o nell’altro, si opponevano alla loro linea di capitolazione.

La guerriglia, che i carrillisti dovettero fingere di appoggiare sotto la pressione della maggioranza del Partito, degli operai avanzati e di altri combattenti antifascisti, è stata utilizzata da essi con obiettivi riformisti, come piattaforma per scalare la direzione e come alibi per coprire i loro piani liquidazionisti. Da qui il fatto che, nel momento in cui era necessario dare impulso alla guerriglia, non venne mai fornito l’appoggio materiale necessario, che pure poteva essere dato. Da qui anche il fatto che, quando fu necessario prendere la decisione di sospenderla allo scopo di riprenderla e orientarla su nuove basi, si mise fine alla stessa nel modo in cui venne fatta: in segreto, senza alcuna analisi politica, con inganni, fomentando la sfiducia e le rivalità personali tra i guerriglieri e, nella maggior parte dei casi, abbandonandoli al loro destino, quando non assassinando o denunciando quanti rifiutavano di abbandonare le armi in quel modo.

Questa attività controrivoluzionaria è stata possibile a causa delle debolezze, delle deficienze e degli errori che il Partito si trascinava dietro dalla tappa precedente, che in nessun momento furono analizzati a fondo né, di conseguenza, corretti. Così, anche se la linea generale del Partito è stata essenzialmente giusta ed esso riuscì ad essere l'artefice principale della resistenza antifascista, la continuità dei gravi errori commessi durante la guerra si accentuò, sino ad essere assunti a linea politica. Questo spiega l’adozione di una versione sempre più deformata e di destra della tattica del Fronte Popolare, la cosiddetta politica di Unione Nazionale o Fronte Nazionale Antifranchista. Con questa linea politica, l’obiettivo di farla finita con il potere dell’oligarchia finanziario-latifondista e il suo sistema di dominio fascista veniva semplicemente ridotto a togliere di mezzo Franco e instaurare una democrazia parlamentare borghese.

A tutto questo bisogna aggiungere altri fattori, come la dispersione della direzione, il totale disinteresse per lo sviluppo della teoria rivoluzionaria e per la formulazione di una linea politica adeguata alle nuove condizioni della Spagna, così come il progressivo abbandono dei principi leninisti di funzionamento e organizzazione. In questo modo si vennero creando le condizioni che consentirono all’opportunismo di svilupparsi nelle fila del Partito e attendere l’occasione propizia per prenderne la direzione e portare a termine la sua opera di distruzione, senza che i vecchi dirigenti, attaccati al dogmatismo e alle abitudini concilianti, fossero capaci di impedirlo. Questo occasione si presentò nel 1956, con la celebrazione del XX Congresso del PCUS, nel quale si imposero le tesi revisioniste di Kruschev e dei suoi seguaci. Senza questo appoggio, a Carrillo e al suo gruppo sarebbe risultato assai difficile portare a compimento la propria opera. Da questo momento la politica di resistenza del PCE si trasformò apertamente in collaborazione con i grandi capitalisti finanziari e con la gerarchia ecclesiastica, in pacifismo e disorganizzazione delle masse, in appoggio alla politica sindacale fascista; insomma, nella cosiddetta politica di Riconciliazione Nazionale.

3. Il nuovo contesto generale della lotta di classe

3.1 La ricostruzione del Partito

A metà degli anni '60, nei paesi capitalisti con uno sviluppo economico più avanzato, nasce tra la gioventù un forte movimento di chiaro contenuto antimperialista. Già allora, all’interno di tutti questi paesi, si notavano tutti i sintomi della nuova fase della crisi generale del sistema che durante la breve fase di espansione economica del periodo postbellico si erano venuti preparando. Le teorie circa una pretesa società post-industriale -in cui sarebbero scomparse le crisi economiche e la lotta di classe per cedere il passo alla conciliazione e al benessere generale, a una società dei consumi e a uno sviluppo economico sostenuto- caddero come un castello di carte e, di conseguenza, la critica al sistema capitalista tornò a occupare il primo piano dell’attualità. Il sistema capitalista di sfruttamento dava chiari segni di avere esaurito le sue possibilità di espansione ed iniziava una nuova crisi dalla quale non riuscirà più ad uscire.

Questo movimento di critica al capitalismo verrà stimolato dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese e dalla critica marxista-leninista effettuata dal PCC e dai comunisti di altri paesi, alle tesi revisioniste circa la transizione pacifica e parlamentare al socialismo, lo Stato di tutto il popolo, l’emulazione economica tra socialismo e capitalismo, ecc.

Alla fine del decennio, due nuovi e importanti avvenimenti, che coinvolgeranno la vita di tutti i paesi, vengono a sommarsi ai precedenti: l’eroica lotta di resistenza del popolo vietnamita all’aggressione nordamericana e il movimento di massa, di carattere rivoluzionario, che si è scatenato nel maggio del 1968 a Parigi e in altre città della Francia.

La crisi economica capitalista mondiale ebbe anche in Spagna una forte ripercussione, in un momento in cui erano al culmine i piani di sviluppo industriale, il regime entrava in pieno nella sua crisi politica e iniziava, saggiando il terreno, la manovra di apertura con la quale cercava di uscire da essa. Il movimento operaio e popolare si era ripreso dagli effetti della sconfitta subita nel 1939 e dai lunghi anni di aperto terrore fascista e, poiché la politica di riconciliazione carrillista e le sue consegne per uno sciopero nazionale pacifico erano fallite, iniziava a incamminarsi sulla via della resistenza e della lotta armata.

Questo contesto generale darà luogo alla comparsa del nuovo movimento operaio organizzato. L’Organizzazione dei Marxisti-Leninisti di Spagna (OMLE) è stata una delle prime organizzazioni comuniste nate in quel periodo (1968). Da essa si verrà ricostruendo il Partito rivoluzionario della classe operaia, la cui necessità si stava facendo sentire da tempo.

Gli avvenimenti che si producevano rapidamente nel paese e la polemica instaurata sugli stessi all’interno dell’Organizzazione resero necessaria la convocazione del Congresso Ricostitutivo del Partito. Certamente, per realizzarlo, erano necessarie altre condizioni di tipo organico e ideologico. Era imprescindibile che l’Organizzazione fosse preparata ad assumere il ruolo e la responsabilità del Partito. Poiché tali condizioni esistevano, nel giugno del 1975 si poté celebrare il Congresso Ricostitutivo.

Con questa riunione si ottenne di portare a buon fine il lavoro svolto dalla OMLE per oltre sette anni, periodo durante il quale erano state gettate le fondamenta organiche, politiche ed ideologiche necessarie per costruire di nuovo il Partito. In un momento di massimo aggravamento della crisi politica del regime, così come di tutte le contraddizioni e tensioni sociali, il Congresso costituì una piattaforma che permetterà al PCE(r), già dal momento della sua nascita, di svolgere un importante ruolo nella vita politica, in particolare nella denuncia della Riforma.

3.2 La riforma politica del regime

Nel 1975, quando Franco scompare dalla scena politica e si instaura la monarchia borbonica, secondo le indicazioni per la successione stabilite dal dittatore, le vecchie forme di dominio fascista già avevano cominciato ad essere demolite dalle lotte di massa degli ultimi anni. Era chiaro che il regime non poteva più mantenersi in piedi conservando il suo carattere apertamente fascista. D'altra parte, il permanere di queste forme di dominio ostacolava sempre di più la realizzazione dei piani della classe dominante spagnola, mirate alla sua totale integrazione economica e militare nel blocco imperialista. È così che si fa strada, tra le divisioni delle cricche politiche e dei gruppi finanziari, la riforma politica.

L'apparente monolitismo politico del regime si vide obbligato a cedere di fronte all'avanzata incontenibile del movimento popolare. In particolare la classe operaia, che aveva sempre marciato in prima fila, era andata conquistando al regime una posizione dopo l’altra: il diritto di sciopero, i diritti di espressione e di riunione, ecc., furono imposti con la lotta. La repressione e l’aperto terrorismo di Stato furono anch’essi combattuti con coraggio dalla resistenza e dalla guerriglia. Il grande capitale e il suo Governo si trovavano di fronte ad una situazione realmente difficile, che impediva loro di continuare a controllare le masse. Dovevano quindi cambiare in qualche modo le forme di dominio per poter conservare intatti i propri privilegi e rafforzare il proprio potere politico ed economico.

Tuttavia, questo cambio doveva tenere in considerazione la nuova realtà creata dal movimento democratico. Quindi non ebbero altra scelta che legalizzare quello che era stato conquistato dai lavoratori con il fine di limitarlo e controllarlo. Allo stesso tempo, l’oligarchia procedette a integrare nel suo regime i carrillisti e altri elementi dello stesso stampo che, già da tempo, stavano dando ampie prove di collaborazione e servilismo. Con questa ultima misura, lo Stato nato dalla sollevazione militare fascista del 18 Luglio acquisiva una facciata di legittimità.

Il risultato finale di questa manovra politica fu raccolto nella cosiddetta Costituzione democratica, che consacra la monarchia, il sistema di sfruttamento capitalista e l’oppressione sulle nazionalità. Con tutto questo la classe dominante è riuscita a creare alcune illusioni e ad ingannare i lavoratori, senza tuttavia riuscire, come pretendeva, ad ampliare la sua base sociale. Le continue restrizioni delle libertà e dei diritti sociali dei lavoratori, l’intensificarsi dello sfruttamento, la negazione dei diritti nazionali, il terrorismo di Stato, gli assassinii politici, la pratica della tortura agli arrestati e ai detenuti, la corruzione generalizzata tra i potentati e i leaders politici, ecc., hanno finito per mettere a nudo la reale natura fascista e imperialista che continua ad avere il regime e a togliere prestigio di fronte alle masse ai partiti socialfascisti che lo servono e lo appoggiano.

Attualmente l’oligarchia finanziaria si dibatte tra grandi contraddizioni e lotte interne, vedendo inoltre ridotto al minimo il suo margine di manovra politica. Tutto ciò ha messo in evidenza la profondità della crisi del sistema che impera in Spagna e la necessità di cambiamenti radicali.

Non si può negare che l’oligarchia spagnola abbia introdotto alcuni cambiamenti al suo regime di dominio politico, anche se lo ha fatto per rafforzare lo stesso Stato fascista e sfruttatore. La separazione dei poteri, la grossolana falsificazione del parlamentarismo, la creazione delle autonomie e altri cambi del sistema politico introdotti dalla riforma, non hanno potuto camuffare, tuttavia, il carattere monopolista, centralista e terrorista dello Stato. Il fascismo è la sovrastruttura politica, giuridica, ideologica, ecc., che corrisponde al sistema di sfruttamento monopolista introdotto in Spagna nel 1939. E insieme a esso si è sviluppato e ancora oggi si mantiene come forma di potere, dato che uno senza l’altro non potrebbero esistere.

La riforma politica ha dimostrato che, nella fase monopolista del capitalismo, non è possibile tornare indietro, al sistema politico di libertà e al parlamentarismo borghese, propri del capitalismo di libera concorrenza. La necessità di un sistema poliziesco, che si corrisponda al controllo economico dei monopoli, fa sì che il sistema capitalista tenda, in questa tappa, al fascismo, al militarismo, alla reazione aperta in generale, cosa che conduce la società borghese a una profonda crisi rivoluzionaria.

3.3 Conseguenze economiche e sociali della crisi

Una volta iniziata la riforma politica, con l'incorporazione al mercato internazionale come imponeva lo sviluppo economico e industriale, la grande borghesia spagnola si vedeva costretta allo stesso tempo a realizzare la ristrutturazione e la riconversione industriale, agraria e finanziaria, cosa che, d’altro canto, non poteva farsi attendere a causa dell'entrata del capitalismo mondiale nella nuova fase della sua crisi generale e all'intensificazione della concorrenza economica internazionale. Ma appena iniziata la ristrutturazione, questa dovrà scontrarsi con la tenace resistenza della classe operaia e di altri settori popolari timorosi di perdere il loro posto di lavoro, i loro piccoli negozi, ecc. Inoltre, tali piani coinvolgevano anche alcuni clan oligarchici che si opponevano a perdere posizioni all’interno della vita sociale ed economica del paese a beneficio di altri meglio collocati.

Questo sarà lo scenario di fondo delle aspre lotte tra i distinti gruppi finanziari del nostro paese e dell’intricato groviglio di interessi contrapposti, tanto spagnoli quanto stranieri, che affioravano nel momento dell’ingresso della Spagna nella CEE nel 1986. È evidente che l’unico mezzo che ha l’oligarchia per continuare ad accumulare capitale nell’incrementare lo sfruttamento e la sua capacità di competere nei mercati internazionali. Tuttavia, questa pretesa di assicurarsi un posto nella competizione capitalista e una certa indipendenza rispetto alle multinazionali si vede messa in difficoltà dall’abissale (e sempre maggiore) ritardo tecnologico rispetto alle prime potenze imperialiste; questo limita enormemente la capacità di manovra dell’oligarchia nella sua politica economica, obbligandola a prendere misure radicali di riconversione e concentramento e a sacrificare per questo numerose imprese e rami dell’industria.

Come conseguenza di ciò, numerosi operai e molti altri lavoratori della città e delle campagne si sono visti gettati nel fiume della disoccupazione, della precarizzazione e della miseria in un accelerato processo di proletarizzazione che coinvolge ampi settori. Ciò nonostante, la crisi economica non ha comportato alcun cambiamento qualitativo nella composizione e struttura delle classi sociali in Spagna, anche se in questi ultimi anni si sono verificati cambiamenti importanti che bisogna evidenziare.

La popolazione attiva dell’insieme dei territori che compongono lo Stato, vale a dire, le persone in età lavorativa che hanno lavoro o lo cercano, è composta attualmente da circa 16 milioni, dei quali 11 milioni sono salariati.

Il grosso della popolazione lavorativa è, di conseguenza, il lavoratore per conto terzi, il lavoratore dipendente. Il fenomeno sociale più importante che si sta verificando negli ultimi anni è la crescita del lavoro salariato, cosa che indica la concentrazione dei mezzi di produzione in mano a una minoranza e l'espoliazione di una crescente maggioranza che si vede obbligata a vendere la sua forza lavoro. In Spagna si sta producendo un accelerato processo di proletarizzazione della società; il paese è sempre più proletarizzato, con una massa che non dispone altro che della sua forza lavoro, e un'altra, sempre più ridotta, che accumula tutti i mezzi di produzione e di vita. Uno degli effetti dell'accumulazione capitalista è proprio la crescita assoluta e costante del proletariato, che arriva a essere eccessivo per le necessità della riproduzione ampliata del capitale e passa alla disoccupazione, alla riserva.

Di tutte le classi sociali, quella che più è cresciuta, è stata pertanto la classe operaia, che negli ultimi trent’anni è raddoppiata, mentre la piccola borghesia si è ridotta di un terzo. In realtà la cosiddetta classe media è una esigua minoranza; la maggior parte dei non salariati sono autonomi, lavoratori indipendenti, piccoli agricoltori, pescatori, allevatori, commercianti, liberi professionisti e venditori i quali, in sempre maggior numero, devono diventare salariati dei monopoli. La riduzione della popolazione non salariata si deve, fondamentalmente, alla rovina di centinaia di migliaia di piccoli contadini che sono stati costretti ad abbandonare le campagne. Per quello che riguarda la massa dei lavoratori e impiegati (banche, alberghi, funzionari...) vede oggi come la sua situazione si deteriori e vada assomigliando sempre più a quella della classe operaia: contratti precari, licenziamenti, ecc. Nel rapido sviluppo del settore dei servizi ha influito anche, in forma importante, l'aumento del personale al servizio dello Stato.

Nello stesso tempo in cui diminuiscono le vecchie classi medie si è formato, in seno alle masse dei salariati, un settore di privilegiati che, tanto per le loro funzioni derivate dalla delega di poteri che la borghesia concede loro, come per il carattere misto delle loro entrate e per la loro forma di vita, può paragonarsi alla piccola borghesia.

3.4 La nuova rotta dell’imperialismo spagnolo

Una volta portata a termine la riforma politica e a seguito del primo impulso ristrutturatore dell’economia dato dai felipisti, la grande borghesia finanziaria ha diretto i suoi sforzi a estendere la sua influenza politica ed economica all’estero, con il proposito di partecipare sempre più attivamente alla battaglia imperialista per la spartizione dei mercati, fonti di materie prime e sfere di influenza. Con questo obiettivo lo Stato spagnolo, conformemente alla sua entità di potenza media, inizia a dispiegare importanti e crescenti mezzi, come mai aveva fatto prima, per facilitare l’esportazione di capitali.

La base di questa nuova espansione economica dell’imperialismo spagnolo, accompagnata dall’incremento dell’attività diplomatica, militare, culturale e propagandistica dello Stato al di fuori dei nostri confini, risiede indubbiamente nell’alto grado di accumulazione e di concentrazione monopolista raggiunto, cosa che gli consente di realizzare l'esportazione di capitali verso i paesi più arretrati dove ottengono un più alto tasso di profitto.

In questo senso, il capitale finanziario spagnolo, allo scopo di compensare la sua debolezza economica e anche per ragioni politiche, sta concentrando la sua attività in quelle zone nelle quali si trova in migliori condizioni di competitività, come nel caso dei paesi latino-americani, le sue antiche colonie, in alcuni dei quali comincia a occupare importanti posizioni, in lizza con i capitalisti yankees e di altri paesi. Non è tuttavia inferiore l’interesse dell’imperialismo spagnolo per il Magreb, non solo per considerazioni economiche, ma anche geostrategiche.

Il ruolo dello Stato spagnolo non si limita al terreno dell’esportazione di capitali ma, in definitiva, ha l’obiettivo di mettere questi paesi alla sua dipendenza, a volte in combutta con altri Stati imperialisti. Da ciò il fatto che il Governo spagnolo cerchi di erigersi a interlocutore tra l’Unione Europea e l’America Latina, facendo valere i suoi vincoli storici, o, come sta accadendo ultimamente, che abbia intensificato la sua attività diplomatica nel nord dell’Africa. Da lì, inoltre, il fatto che, approfittando della sua partecipazione alla NATO o nella UEO, lo Stato spagnolo non perda la minima occasione di essere presente con le sue forze militari là dove i suoi soci imperialisti più forti mettono gli artigli, con lo scopo di farsi dei meriti, ottenere qualche fetta ella distribuzione e abituare, nel frattempo, l’opinione pubblica a questo tipo di operazioni che preludono conflitti più devastanti e sanguinari.

Ciò nonostante ciò le sue pretese di grandezza e di saccheggio, l'imperialismo spagnolo non può evitare di giocare un ruolo subalterno e molto secondario tra le potenze imperialiste, cosa che, data la sua debolezza, si andrà accentuando sempre più a misura dell'aggravarsi della crisi mondiale del capitalismo.

[continua]

Note:

(1) Lenin, Stato e rivoluzione.
(2) C. Marx, Manifesto del Partito Comunista.
(3) Lenin, Stato e rivoluzione.
(4) Lenin, Una grande iniziativa.